Sui monti di Cascia il tempio romano di Ercole

Valnerina cascia tempio di ercole

«Guarda il tempio? Eh sì, ogni tanto viene qualcuno a vederlo. Scattano un po’ di fotografie e se ne vanno. Grande eh!…”. La signora, sulla sessantina, vestiti “da casa”, calzini corti da uomo e piedi nelle ciabatte, è scesa da un gruppetto di case fin sul grande piazzale all’ingresso del paese. Lì ci sono tavoli e sedie di legno per il pic nic, ed i bidoni della raccolta differenziata. Quasi gonfia il petto, perché è orgogliosa di quelle vestigia. «Come mai è così grande, mi chiede? Guardi che qui al tempo dei Romani c’era uno dei più grandi mercati dell’Italia centrale, lo sa?”.

Ma qui, è Umbria o Lazio. «Umbria, Umbria– risponde con non chalance – Il Lazio comincia laggiù, vede quegli alberi a circa duecento metri da qui? Ecco lì è Leonessa, comune di Leonessa. Appena dopo il cimitero”. E poi siccome ci tiene, aggiunge: “Tutto qui intorno hanno trovato della roba… Il paese era grande, non come oggi”.

tempio di ercole villa san silvestro cascia
I resti del tempio e la chiesa di San Silvestro

Oggi, quelle poche case, sono un frazione di Cascia: Villa San Silvestro. Abitanti? “Cinque famiglie, in inverno – dice la signora – in estate arriva qualche villeggiante”. Magia della Valnerina: in mezzo ai campi, su un pianoro (si chiama in verità Altipiano di Chiavano) a circa mille metri di altezza spunta un tempio Romano di cui, a parte gli studiosi, non sono in molti a conoscere l’esistenza.
Prima di giungere a Cascia, arrivando da Serravalle, c’è un bivio sulla sinistra. Da lì si va verso Posta e la Salaria, in provincia di Rieti. Bisogna prendere a destra, comunque, verso la montagna, in direzione Terzone. Si sale in mezzo ai boschi, una salita abbastanza ripida, curve e controcurve, finché si arriva sul pianoro. Andiamo verso Terzone. E’ lungo questa strada che si trovano l’indicazione Villa San Silvestro e due cartelli gialli, malridotti col disegno delle rovine: “Tempio Romano”, c’è scritto.

E’ terra di pascoli, di allevamenti. Lo si capisce immediamente guardando un po’ avanti: ci sono le stalle, grandi. Ed un vicino all’altro, quasi a formare un’architettura ultramoderna, otto silos di acciaio, dalla forma che ricorda molto i ceri di Gubbio e quindi lo stemma dell’Umbria. A togliere ogni dubbio, comunque, basta fare un bel respiro: il naso ti dice subito che lì se ne allevano di animali!

Ed eccolo il tempio. Un basamento poderoso. I resti di alcune colonne, solo le basi, che bastano a rendersi conto delle dimensioni che doveva avere ai tempi in cui era intatto. Un vasto basamento a sbalzo, che è oggi quasi un vassoio sopra al quale è stata costruita la chiesa di San Silvestro. Anch’essa ha qualche centinaio d’anni. Una costruzione semplice, una chiesa di campagna, con la canonica… Il tutto intonacato di recente e pittato di giallo. Una passerella stabile consente ai fedeli di passare sopra il tempio ed entrare per la messa.
I resti del tempio sono notevoli. Li scavarono negli anni 1920–’30, poi ci sono state altre campagne di scavo anche più recenti. Li intorno hanno trovato altre costruzioni d’epoca romana, ma sfuggono alla vista di un non conoscitore della materia, probabilmente inglobate o coperte dalle case, dalle rimesse, da qualche stalla. I reperti li hanno portati a Cascia, sono al museo. C’è il gomito (unica cosa rimasta, sembra) di una grande statua che raffigurava forse la divinità cui il tempio era dedicato: forse, viste le dimensioni del gomito e quindi della statua, hanno pensato ad Ercole. Ma chissà. Inutile cercare informazioni in loco. C’è sì una tabella esplicativa fatta di un materiale a suo tempo consistente e le lettere in rilievo, ma col tempo tutto è diventato di colore grigio chiaro e non si legge più niente. Il basamento del tempio e le colonne sono attaccati da grossi ciuffi d’erba, ma d’altra parte siamo in campagna, alla fine dell’estate e laddove nessuno si prende cura di quel basamento gigante. Meglio la chiesa, che – seppur di domenica mattina – comunque è chiusa. Ben tenuta, vi spicca una lapide dedicata ai Caduti che gli abitanti del posto si sono fatti a loro spese: ci sono sei nomi sopra, per quattro il cognome è lo stesso. Forse ci ha pensato la famiglia.
Chissà, se più avanti c’è da vedere qualche altra cosa tra quelle ritrovate e di cui parla la signora? “No, guardi non c’è niente da vedere”. Beh, comunque è meglio riprendere la strada: verso Terzone, poi Albaneto, poi tutte quelle curve fino a Posta e da lì la Salaria: dritta, ma più veloce.

©Riproduzione riservata