Due anni di lotte inutili, Centurini chiude

Il consiglio di amministrazione dello jutificio Centurini, il 15 luglio del 1970, annunciò la chiusura ed il licenziamento dei 318 dipendenti, tra cui le donne erano oltre la metà (63%). Così, quell’estate del 1970 fu oltremodo “calda” a Terni. Perché c’erano altri punti “delicati” nel panorama occupazionale ternano: era già annunciata la chiusura dello stabilimento Eni di Papigno, per esempio; e c’era in piedi la crisi Saip, altra azienda a partecipazione statale.

CENTURINI CHIUDE
Il sindaco di Terni, Dante Sotgiu, allo stabilimento occupato

La faccenda Jutificio era la più drammatica. Si percepiva nell’aria che sarebbe stato praticamente impossibile evitare la smobilitazione definitiva. Che fare? Il sindaco, Dante Sotgiu, era in carica da poche settimane essendo subentrato “in corsa” ad Ezio Ottaviani che era stato eletto nel primo consiglio regionale dell’Umbria. Per tentare di salvare lo jutificio bisognava tentare l’impossibile e intanto mobilitarsi e cercare di sensibilizzare il Governo, in particolare il ministro delle Partecipazioni Statali, Flaminio Piccoli. La fabbrica era stata subito occupata dagli operai, ma occorreva qualcosa in più e prima di tutto evitare che le porte fossero materialmente chiuse a chiave ed i macchinari venduti. Per questo Sotgiu prese una decisione coraggiosa e clamorosa: requisì la fabbrica che gli operai avevano nel frattempo occupato. La firma sull’atto fu apposta dal sindaco alle 19,30 del 30 luglio. Il giorno prima, dentro lo jutificio, il consiglio regionale umbro tenne una elle prime riunioni della sua storia, per dimostrare che c’era tutta l’Umbria a sostenere quegli operai. Nel corso di luglio non era mancato uno sciopero generale che paralizzò Terni: fabbriche ferme, negozi chiusi e piazza piena per la manifestazione contro una crisi cittadina che veniva paragonata per dimensioni ed effetti temuti a quella degli anni 1952–53, ai licenziamenti di massa alle acciaierie.

centurini
L’ex jutificio com’è oggi

Lo Jutificio Centurini (che nel frattempo era diventato più prosaicamente Jutificio di Terni) era nato in pratica insieme alle acciaierie nel 1884–86 ed era arrivato ad occupare nella seconda metà degli anni Venti del Novecento più di millecinquecento operai. Ma alla fine degli anni Sessanta la produzione e l’utilizzo di iuta stavano rapidamente calando in Italia: dai quasi 49 milioni di chili del 1960 s’era scesi nel 1968 a 28 milioni, tre dei quali furono prodotti a Terni. Al calo della domanda si sommava la concorrenza dei Paesi dell’Estremo Oriente. A rendere disperata la situazione dello jutificio ternano fu, alla fine del ’68, la decisione della Snia, principale cliente, di sostituire la juta con una fibra sintetica di sua produzione. E per lo Jutificio di Terni fu notte fonda. Subito si annunciò il licenziamento di 260 degli allora 450 dipendenti e cominciò un’estenuante trattativa tra forze sindacali, istituzioni locali, governo e Anic (cui faceva capo la Snia). Era cominciata l’agonia dello stabilimento. Manifestazioni, trattative, proposte di assorbimento nell’Eni o in Italcementi non ebbero alcun esito.
Lo jutificio, requisito, restò per due anni in custodia ai lavoratori, ma alla fine fu obbligatoria la resa. Il 15 luglio del 1972 lo jutificio Centurini diventò solo un pezzo della storia industriale di Terni. Ormai la juta non serviva più.

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