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Ergastolo per l’assassino del vescovo di Foligno

“Io? Sul treno ci ero salito alla Magione, andavo a Terni a cercare lavoro. Entrai in uno scompartimento dove ci stava un prete. C’era tanto spazio… Ma lui cominciò ad urlare che dovevo andarmene, che non potevo viaggiare con lui… Si sbracciava… Così iniziammo una colluttazione ed io lo colpii col martello”. Si giustificò così, al processo davanti alla Corte d’Assise di Perugia, Annibale Poggioni, 28 anni, imputato per l’omicidio del vescovo di Foligno, Federico Federici (foto a sx.), avvenuto il 6 agosto 1892.

“E come mai aveva con sé un martello?”, gli chiese il presidente della Corte d’Assise: “Io lo porto sempre…”, rispose serafico il giovanotto. E figurati se non ce l’aveva quella sera. Oltretutto sul lavoro che andava cercando sarebbe potuto tornargli utile…
Fattostà che comunque la sera del 6 agosto quando il treno proveniente da Terontola arrivò alla stazione di Foligno, il vescovo Federici che tornava dalle ferie a Montecatini, fu trovato con la testa fracassata(→). Le indagini furono rapide e si individuò ben presto il presunto autore del misfatto, il quale nel tentare di tornare a Tuoro, aveva lasciato tracce del suo passaggio. Subito chiaro fu anche che il movente era la rapina, tanto e vero che portafogli ed orologio di monsignor Federici mancavano all’appello. “Si’ – confessò in aula il giovanotto – li ho presi io… Sa,’ stavano lì appoggiati sul sedile…”.

Un mese dopo l’assassinio il presunto responsabile, il 9 settembre, comparve davanti alla corte d’Assise di Perugia. Oggi sembra quasi impossibile, ma allora, nel 1892, la macchina della giustizia camminò spedita. Sarà perché a Foligno tra la fine di agosto e i primi di settembre era stata presente la famiglia reale (→). Re, regina e tutto il resto del’ambaradam dovevano assistere alle manovre dell’esercito che si tenevano in zona. In un periodo così impegnativo per le istituzioni pubbliche la giustizia compiva celermente il suo corso. Vabbé che l’omicidio del vescovo, dopo i primi due o tre giorni, non presentava risvolti e misteri tali da dover ricorrere ad Hercule Poirot, ma comunque…

La sede della Corte d'Assise di Perugia
La sede della Corte d’Assise di Perugia

“Si è fatto presto perché si è voluto sgombrare il campo da dicerie”, commentava la Gazzetta di Foligno: il riferimento era agli scontri verbali sviluppatisi intorno alla tesi per cui l’omicidio era maturato anche in conseguenza del clima di anticlericalismo diffuso, apparsa in verità ben presto “ballerina”. Nonostante il fatto che, riferirono gli avvocati di parte civile l’imputato avesse avuto in alcune occasioni “atteggiamenti dispregiativi dei preti e contro il papa” tanto che aveva – addirittura – calpestato e sputato su alcune monete proprio perché riportavano il profilo di sua santità. Non solo, il suo essere ateo era dimostrato – si disse – anche dall’essere diventato amante di una donna “di facili costumi” di Umbertide e che aveva intenzione di sposare, ma non in chiesa.
Dall’altra parte c’era il vescovo, uno dei vescovi che allora erano al centro dell’interesse e del dibattito, in ambito clericale, per il suo appoggio fattivo alle tesi dell’enciclica “Rerum Novarum”.
Il processo finì alla svelta con Annibale Poggioni che non poté ascoltare il verdetto di condanna all’ergastolo: era svenuto per la tensione dell’attesa.

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