Finocchieto, la storia diventa miniatura

Finocchieto

Antonio ci tiene all’immagine del paese. Lui lo vorrebbe liberato dalle automobili. Anche se è difficile farsi persuasi che quello del traffico possa essere un problema in un centro costituito da poche case, abbarbicate su un cocuzzolo, raccolte attorno e dentro i resti di una rocca, con una ventina di abitanti stabili. E’ Finocchieto, frazione di Stroncone, da cui dista una decina di chilometri se si va per strada, un tiro di schioppo, magari a canna lunga, in linea d’aria. Insomma, è difficile pensare a colonne di auto dentro Finocchieto: “Propio pe’ questo – dice Antonio – So’ brutte quelle macchine parcheggiate in mezzo a ‘lle vecchie case. Mo’ non vojo di’… se uno che ci ha casa qui viene su pe’ ‘n paio d’ore, non succede niente, do’ parcheggia parcheggia… Ma certe macchine stanno ferme llì pe’ giorni…”. Un parcheggio, fuori del centro abitato: ecco che ci vorrebbe secondo Antonio. Che s’è pure offerto di regalarlo lui, al Comune di Stroncone, un pezzo di terra per fare un parcheggio, “ma quelli manco gratisse lo vojono”. Sarà forse perché il terreno è scosceso? E che per fare un’area di sosta al piano della strada bisogna buttarci giù diverse betoniere di cemento? Probabile. Fattostà che il Comune ad Antonio ha risposto “No grazie. Non abbiamo i soldi per fare un parcheggio”.

Finocchieto
La piazzetta di Finocchieto, un piccolo museo

Per andar su, fino a quelle case del nucleo antico di Finocchieto c’è una stradetta in salita, scoscesa parecchio. Le macchine comunque ci arrivano, poi si fermano su un piccolo slargo. “Davanti a casa mia”, commenta Antonio. Oltre non si può andare se non a piedi, la viuzza è stretta e un’automobile non c’entra. Una ventina di passi, poi c’è la porta che fu della rocca. Ha il fascino del tempo, sull’architrave, una data: 1447. Appena sopra, c’è  la lapide che ricorda i caduti del 15-18. “Vedi quanti nomi? Significa che allora qui ci abitava parecchia gente…”, dice Marcella. Lei la casa ce l’ha proprio sulla piazzetta principale, in faccia alla chiesa dedicata al santo patrono, San Vincenzo. Anche qui, sulla facciata della chiesa, insieme a tante altre con scritte in latino, c’è una pietra con una data: 1547, giusto un secolo dopo rispetto a quella sulla porta che permette di entrare nella cinta fortificata. “Una volta c’era un ponte levatoio” spiega Marcella “e l’entrata stava ggiù ssotto, ma poi hanno tolto tutto, come se faceva sennò? La strada era troppo in salita”. La piazzetta è grande quanto la hall di un albergo. “M’hanno fatto le critiche perché ho fatto la scala de casa coi mattoni”, anticipa Marcella. La scala che sta sul lato della piazza. Uno si aspetta un pugno in un occhio, ma alla fine la scala non è “accia” e si amalgama in un contrasto tra vecchio e nuovo in modo quasi piacevole. Sali su, è s’apre una terrazza: il campanile di San Vincenzo lo guardi a tu per tu e dall’altra parte s’apre un panorama pieno di boschi trapuntati da alcuni paesi: Lugnola, Aguzzo, Vascigliano, Coppe e la montagna al di la della quale si trova Stroncone. Sulla piazza s’affacciano la chiesa, casa di Marcella, e un’altra casa ben conservata. E’ tutto un fiorire di pietre scolpite, con scritte, ghirlande, ma anche figure più complicate di cui solo chi è esperto riesce- forse – a comprendere il significato. Poi c’è la vecchia casa parrocchiale che minaccia di venir giù e che è vuota da anni. Vi si accedeva da un vicoletto che sarà lungo una decina di metri. Nella chiesa dicono ci sia un’acquasantiera di un certo pregio, ma non si può entrare: “Le chiavi ce l’ha Marcella (un’altra Marcella), ma oggi sta a Terni pe’ fa’ spese”.

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