Il “giallo” del vicepretore suicida con sei colpi di revolver

"giallo"

Un “giallo”, la morte del vicepretore di Terni avvenuta la mattina del 30 ottobre 1888. Gli ingredienti, per avviare un’indagine approfondita c’erano tutti, ma il “giallo” non ci fu, perché la versione ufficiale fu che il giovane vicepretore Antonio Atticciati, 26 anni, era morto suicida. Ma, per uccidersi, può qualcuno spararsi sei colpi di rivoltella alla testa?

Tutto accadde nella sede della Pretura di Terni, dove il giovane magistrato, ad un certo punto della mattinata, uscì dal proprio ufficio e chiese al cancelliere di consegnargli la chiave della stanza in cui erano custoditi i corpi di reato. “Devo fare una verifica in merito ad un  processo cui sto lavorando”, spiegò. “Ritornò dopo qualche minuto, entrò nella stanza¸ scrisse una lettera al pretore poi si tirò sei colpi di rivoltella alla testa – riferiva il corrispondente da Terni del Messaggero – Due fallirono; uno gli fracassò la mascella; due il palato, l’ultimo colpo fu quello fatale. Nessuno avrebbe inteso i colpi”.

Nemmeno il cancelliere, che pure era diviso dall’ufficio del vicepretore da una parete e che, invece, sentì i gemiti del “suicida” agonizzante, i quali erano probabilmente più fragorosi di uno sparo. L’impiegato della pretura intervenne: il giovane magistrato era ancora vivo tanto che lo soccorsero trasportandolo all’ospedale, dove morì poco dopo. La rivoltella usata era uno dei corpi di reato che  aveva sottratto.

Si trovò anche una motivazione che spiegava il suicidio e che escludeva qualsiasi “giallo”: il vicepretore Atticciati stava per essere sottoposto a processo penale, ma non uscirono altri particolari, anche perché sembra che del procedimento non si trovò traccia nelle stanze della pretura di Terni né in altre sedi giudiziarie.

Ma, almeno ufficialmente, questa motivazione del suicidio così “ballerina” non creò alcun sospetto, così come il fatto che il suicida per niente impressionato dopo i primi due colpi andati a vuoto avesse trovato il coraggio di spararsi altre quattro volte, continuando a far fuoco pur dopo essere rimasto orrendamente ferito al volto.

Solo il giorno dopo il cronista avanzò timidamente una parola di dubbio, ma poi la storia la concluse raccontando dei funerali:  “La città – scrisse –  gli rese onoranze funebri molto decorose, prendendovi parte il Procuratore del Re di Spoleto, il Pretore che rappresentava il Procuratore Generale, il sotto Prefetto, la rappresentanza Municipale, la Curia, il Presidio Militare appartenendo all’esercito come ufficiale di complemento,le direzioni degli stabilimenti industriali e ogni ceto di cittadini”. Chissà in quanti credevano davvero al suicidio?