Il Grifo Magico di papa Leone XIII

Grifo Magico, così era definiva quel gruppo di prelati molto vicini a papa Leone XIII nella seconda metà dell’800. Leone XIII, il cardinal Pecci il quale era stato per trent’anni arcivescovo di Perugia, salito al soglio nel 1878 succedendo a Pio IX, specie nell’immediatezza dell’insediamento chiamò accanto a sé persone di stretta fiducia. Da lì nacque la chiacchiera di una cordata perugina che la faceva da padrona nella curia romana.

Grifo
Il cardinal Pecci

Tanto che, riferiva il corrispondente dal vaticano del Corriere della Sera, “si fà questa variante al Credo: Credo in unam, sanctam, peruginam Ecclesiam”. Era davvero così? O era tutto frutto di una guerra interna, conseguenza  di un conclave che durò – sì – solo due giorni, ma che vide nascere una nerboruta corrente d’opposizione? Alcuni dei cardinali aspettavano la fine di Pio IX per avviare una rivoluzione nell’organizzazione di vertice del Vaticano. Da Vincenzo Pecci, che era camerlengo di Pio IX e capo della corrente moderata, non c’era da aspettarsi granché, oltretutto nella nuova situazione nata dopo la fine del potere temporale. Un papa eletto, sì, in soli due giorni, ma da un sacro collegio che era spaccato: rivoluzionari contro moderati. Il nuovo papa, spiazzò un po’ tutti. Passato in conclave col sostegno della cordata dei moderati, si comportò subito da rivoluzionario: limitò gli sfarzi, strinse i cordoni della borsa bloccando compensi scandalosi, manifestò la volontà di eliminare le guardie svizzere. Cosicché, dopo un iniziale entusiasmo per l’elezione di un papa “apostolico”, ben presto i nemici cominciarono a moltiplicarsi sia tra i moderati (che si sentirono traditi) che tra i rivoluzionari, i quali in verità non pensavano ad una “rivoluzione” del tipo di quella annunciata da Leone XIII. Cosicché cominciarono a serpeggiare le critiche: per aver – appunto – affidato a una fazione di fedelissimi i posti chiave della curia; di tenere un comportamento eccessivamente accomodante coi Savoia definiti “usurpatori” così come predicavano i nobili romani decaduti dalla loro qualità pricipale di membri dell’aristocrazia pontificia.

Un’opera di denigrazione che divenne costante: “Resta sempre il vescovo di Perugia”; “La sua enciclica Inscrutabili Dei è una raccolta delle pastorali che pronunciò da vescovo”, dicevano i suoi nemici. I quali cominciarono a prendere le contromisure ad un papa che, comunque, non poteva non essere legato a Perugia dopo essere stato per trent’anni alla guida di quella diocesi. Ed in effetti la prima nomina decisa dal nuovo papa fu quella di don Gabriele Boccali, rettore del seminario di Perugia, che Leone volle nel suo “staff” più ristretto. Ma un vero “Grifo magico”, con fedelissimi nei posti chiave della curia,  non ci fu mai, anche se in molte occasioni delicate Leone XIII fece riferimento a personaggi che aveva conosciuto nel periodo perugino.

Tanto per dirne una: il Giornale d’Italia nell’aprile del 1929 scoprì un documento rimasto fino ad allora riservato,che era stato sottoscritto nel 1888 e che concerneva un accordo tra il regno d’Italia e la Chiesa. Un documento che poneva fine alla dura contrapposizione che s’era instaurata e che individuava un modus vivendi. Il documento era stato scritto personalmente dal papa Leone XIII, in accordo con alcuni cardinali, e sottoscritto da due uomini politici di primo piano Francesco Crispi e Giuseppe Zanardelli. A far da tramite fu monsignor Isidoro Carini, figlio del generale Giacinto Carini, intimo amico, a Perugia, dell’allora arcivescovo Pecci.

Un papa che ad un certo punto fu considerato “pericoloso” per le sue esternazioni, e non solo, ragion per cui i suoi avversari diventarono controllori così precisi da apparire quasi dei carcerieri. Non lo lasciavano mai solo e cercavano di evitare che si recasse al di là delle mura vaticane. E pensare che il papa era uno  che non sopportava di star chiuso nelle proprie stanze. Quando potevano gli impedivano persino di fare i soliti due passi dopopranzo, un’abitudine dettata da motivi di salute dato che  Leone XIII soffriva di una brutta colite: digeriva male e aveva forti mal di pancia.

Figurarsi che accadde quando il papa espresse il desiderio di passare qualche giorno a Perugia, “perché l’aria mi confà”. Niente. Lo bloccarono a Roma, a soffrire: hai visto mai ti organizzasse qualche camarilla coi suoi amici perugini?

 

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