Il vescovo di Foligno assassinato in treno

Foligno

Il treno da Perugia arrivò alla stazione di Foligno alle 10 del sabato sera. La scena, in uno egli scompartimenti, era da far rizzare i capelli: sangue dappertutto. E per terra, con la testa fracassata, un prete. Morto. Lo zuccotto color porpora indicava che non era un curato di campagna. Quando lo girarono… era il vescovo, il vescovo di Foligno, monsignor Federico Federici.
“Si sospetta trattarsi di assassinio”, annunciava con estrema e forse eccessiva prudenza l’agenzia Stefani, l’Ansa di allora, nel diramare la notizia.
Ma chi? Chi aveva ammazzato in quel modo il vescovo? E perché?

Qualcuno suggerì che forse era stato qualche anticlericale fanatico: proprio quel giorno dei primi di agosto 1892 a Roma c’erano stati disordini e gli avevano dato fuoco ad uno steccato davanti la chiesa di Sant’Andrea. Ma l’omicidio di monsignor Federici fu fatto per rapinarlo.
Il vescovo, quellas era, tornva a Foligno dopo aver passato tre settimane alle terme di Montecatini. Quindi era stato qualche giorno a Firenze, ospite dei padri Serviti nel convento della Santissima Annunziata. Sabato 6 agosto aveva preso il treno a Firenze. Il convoglio aveva da poco oltrepassato la stazione di Assisi: il vescovo era solo nello scompartimento, forse era assorto nella lettura, qundo entrò un giovanotto che lo aggredì.
Lo aveva adocchiato alla stazione di Terontola quando, sceso dal treno proveniente da Firenze, salì su quello per Perugia e Foligno. Anch’egli vi salì Ed aspettò il momento giusto. Monsignor Federici, aveva 47 anni ed era abbastanza robusto e di carattere risoluto per reagire, cercare di difendersi, anche usando il temperino con cui tagliava ai bordi le pagine del libro che stava leggendo e che fu trovato aperto e sporco di sangue all’interno dello scompartimento. Ma nulla poté.
Il rapinatore, comunque, ferito in volto, fu acciuffato la mattina dopo. Era un fabbro di 28 anni, abitante a Tuoro sul Trasimeno, dove “aveva triste nome”, riferirono le gazzette dell’epoca. Non tanto perché si chiamava Annibale, ma perché era un noto scavezzacollo, uno cui piaceva la bella vita, cosa che non poteva permettersi con quel che guadagnava. Quando fu preso indossava gli stessi abiti che aveva al momento dell’aggressione: vestito scuro, cravatta rossa, scarpe anch’esse rosse, di pelle. Un abbigliamento da damerino. Il giovinotto ci teneva a presentarsi bene: alto, slanciato, con baffi neri molto curati.

Foligno
La stazione di Foligno

E’ per questo che rimase impresso quando poco prima delle 11 di quel sabato sera 6 agosto 1892, circa mezz’ora dopo l’arrivo del treno a Foligno, si presentò ad un casello ferroviario poco distante. Il casellante non si spiegava come mai a quell’ora bussasse alla sua porta un uomo tutto elegante, sporco di sangue, con due tagli al viso. “Sono andato a Spello e lì certi che non conosco mi hanno aggredito e malmenato”, spiegò parlando con forte accento perugino. Chiese la strada per Terontola e si avviò a piedi. Alle 5 del mattino eccolo a Ponte San Giovanni bussare ad una porta e chiedere di lavarsi le ferite: “Sono caduto in un fosso”, si giustificò stavolta. Troppi sospetti ed infatti i suoi movimenti furono riferiti ai carabinieri. Lo intercettarono a Ellera. C’era arrivato camminando lungo la strada ferrata. Aveva in tasca una settantina di lire e l’orologio di metallo del vescovo.

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