Spello, rubato “Pinturicchio”: dentro pure il sagrestano

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La palazzina Bernabò a Foligno, in una vecchia cartolina

madonnaPure il sagrestano finì in galera. Non solo il parroco di Santa Maria Maggiore a Spello, il quale, alla fin fine, era colui che s’era venduto il quadro della Madonna con Bambino benedicente, opera del Pinturicchio.
Ma il parroco aveva bisogno di aiuto: rubare un’opera come quella non era una cosetta da niente. Se non altro perché il quadro era dipinto su una tavola e quindi era pesante; per di più era appeso bello in alto. L’operazione, anzi, dovettero farla in tre. Eh sì, c’era pure un terzo. Anzi, fra i tre a lui spettava il ruolo principale, sulla scala a pioli c’era salito lui, l’esperto che nel campo dei furti d’opere d’arte vantava un bel curriculum. Hai voglia a dire: parroco e sagrestano stavano lì solo a reggere la scala. A prendersi il rischio di cadere di sotto fu lui, uno che, non per pignoleria, ma era pure un nobile, un patrizio che portava sulle spalle – diceva – il titolo di marchese e apparteneva alla schiatta dei Bernabò.

I Bernabò, a Foligno, furono potenti nel XVI secolo, poi la famiglia s’estinse alla metà del 1600. Il nome Bernabò rimase vivo perché appiccicato al palazzo avito del centro, e a una palazzina appena fupori Porta Romana. Fattostà, comunque, che due secoli e mezzo dopo circolava questo marchese Bernabò il quale aveva esordito nel “bel mondo” con alcune denunce per truffa. Commerciante di oggetti d’arte, per massimizzare i profitti aveva studiato una tecnica disarmante per la sua semplicità: vendeva la roba incassando il corrispettivo e “dimenticando” di pagare i fornitori. Ad uno che protestava promise di rimandargli tutto, ma il pacco era pieno di sassi e carta straccia. Ma stavolta il marchese ci si mise d’impegno e studiò un piano complesso. Il compratore per il Pinturicchio ce l’aveva già: un commerciante d’arte di Brescia, residente a Londra, il quale aveva a sua volta trovato là il “cliente pagante”. Mancava “solo” di rubare il quadro e il marchese avrebbe intascato centomila lire, che nel 1913, erano una bella sommetta. Dopo ikol furto il quadro andava spedito a Firenze, e da qui il bresciano, l’avrebbe inoltrato all’utilizzatore finale londinese.
Il marchese agì. Offrì al parroco la metà della centomila lire, una proposta onesta; con cinquanta lire pagò un pittore che dipinse una copia falsa da appendere nella chiesa di Spello, da un falegname fece costruire una cassa lunga un metro e mezzo e larga in proporzione per riporvi il quadro. Poi sarebbe stata tutta forza di braccia: la cassa, da sola, pesava 32 chili e col quadro dentro arrivava a 67.
Il marchese da solo non poteva farcela, e nemmeno l’aiuto del parroco sarebbe stato sufficiente. Serviva altra gente. E così toccò per primo al sacrestano. Poi fu necessario l’intervento pure del cognato e del nipote di Bernabò. Tutto filò liscio. Il piano si rivelò perfetto. Il quadro fu spedito per ferrovia a Firenze, poi a Parigi. Nella capitale francese la moglie del bresciano mandato a Londra.
Come fece la Gendarmérie a scoprire tutto è rimasto un mistero. Bastò un telegramma spedito da Parigi a Firenze e finirono tutti dentro. Oltretutto al marchese trovarono pure altri oggetti d’arte rubati. Lui ci provò a dichiararsi innocente, e in cuor suo un’attenuante se l’era costruita: non avrebbero dovuto rifiutargli quel posto di custode della pinacoteca di Foligno che lui aveva chiesto con tanta insistenza.
La Madonna del Pinturicchio fu recuperata e riportata a Spello. Poi, negli anni Sessanta, la rubarono di nuovo. Ma è un’altra storia. Bernabò non c’entrava niente.