Suora sedotta e abbandonata, ma i giudici perugini le danno torto

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Non fu un processo facile da sostenere quello su cui la Corte d’Appello di Perugia emise  sentenza il 13 marzo 1909. Era, sì, una causa civile quella che si celebrava, ma al centro del dibattimento v’erano personaggi noti dell’aristocrazia romana e per di più i fatti, accaduti un paio di anni prima, avevano destato clamore e curiosità. In praticava si trattava di una suora oblata che aveva lasciato il velo per sposare un nobile romano suo corteggiatore – diceva lei – cui era pronta a cedere, ma, essendo un religiosa, solo dopo il matrimonio. E lui, sempre stando a quanto lei riferì successivamente davanti ai giudici, non solo era innamoratissimo, ma s’impegnò solennemente a comportarsi da uomo d’onore. Fu così fissata la data del matrimonio.

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Lasciati il velo e il convento, tornata a fregiarsi del proprio titolo di contessa, l’ormai ex suora, Giulia Moriconi, convolò a nozze col marchese Carlo Troili, che aveva conosciuto nella chiesa attigua al convento che lui, uomo pio, frequentava tutti i giorni. Pio? “Un asceta”,  dicevano di lui i familiari che non si spiegavano come fu che si lasciò travolgere dalla passione.

Pronunciato il fatidico “sì”, però, il marchese imboccò la porta della cappelletta privata dove s’era celebrato il rito e non si fece più vedere.

Alle richieste di incontro di Giulia faceva rispondere che lui non aveva alcuna intenzione di rivederla che, visto che il matrimonio non lo si era consumato, lui nemmeno la considerava come moglie. Rimasta senza marito e, ben presto, senza soldi, la contesa Giulia denunciò il marito, chiedendo un pacco di quattrini per il proprio mantenimento.

Fu un processo delicato.

Esaurito il dibattimento ai primi di febbraio del 1909, la Corte di prese poco più di un mese per emettere la sentenza. Che appunto venne letta il 13 marzo. Il marchese Troili fu giudicato non colpevole. Sembra che – stando agli atti – fosse davvero uno spirito ascetico e uomo debole di carattere e facilmente influenzabile. Era stato convinto a compiere un passo che mai aveva avuto in animo di fare: sposare quella monaca. La contessa Giulia, che piangeva miseria, non ottenne quindi gli “alimenti”, ma dovette in compenso pagarsi tutte le spese processuali.