“C’è l’uranio a San Venanzo”, ma era una bufala

San Venanzo's volcanic area

La lignite? Come a Tavernelle, a Morgnano, a Bastardo, a Monteleone di Spoleto? Macché. Qui si parla di minerale ben più pregiato: l’uranio. A San Venanzo, piccolo centro in provincia di Terni, ma proprio al confine con quella di Perugia, un po’ più in là (ad occidente) del Trasimeno, c’è l’uranio. O almeno è quello che dicevano sessant’anni fa, anzi di più perché era l’anno 1950. San Venanzo, allora, aveva poco più di cinquemila abitanti. Ora non arriva alla metà.

I vulcani di San Venanzo
I vulcani di San Venanzo

La parola uranio portava alla mente, prima di tutto, la bomba atomica che nemmeno cinque anni prima aveva provocato il disastro e l’orrore di Hiroshima e Nagasaki. Ma uranio significava pure produzione di energia. Soldi, insomma. Ed in una zona povera, specialmente poco dopo la fine della guerra, vedersi ballare davanti agli occhi il simbolo del dollaro aiutava a dimenticare le immagini di distruzione o il pericolo radioattivo.
Era il 17 febbraio del 1950 quando un geologo di Udine, Giuseppe Tosoni, annunciò la sua scoperta. I test avevano dato esito positivo, e si trattava di test condotti con “l’apparecchio Geiger-Muller nel laboratorio fisico di Merano”, dove erano appunto stati analizzati i campioni di materiale “uranifero”.
San Venanzo era al centro di una vasta area che poteva diventare ben più che una miniera d’oro. Perché l’area interessata era vasta la bellezza di settecento ettari, e si estendeva a “cavallo dei confini tra le due province umbre”, e principalmente tra i Comuni di San Venanzo e San Vito in Monte, riferivano i giornali dell’epoca. Con una certa imprecisione dato che San Vito è solo frazione di San Venanzo, e quindi entrambi i centri sono in provincia di Terni. A generare altra confusione l’affermazione secondo cui in definitiva “il banco (di uranio) si trova nel territorio di Marsciano tra la vetta di quota 837 e Casa l’Osteria”.
Fattostà che _ riferiscono le cronache dell’epoca _ il geologo udinese era talmente convinto della sua scoperta che aveva presentato “regolare domanda al capo delle miniere di Roma allo scopo di ottenere il permesso di ricerche di minerali radioattivi sul monte Peglia”. Tutto ciò in “un vasto territorio il quale copre le proprietà della contessa Maria Majo Faina e della nobil donna Uffreduzzi Paoletti”.
A tutti è noto che nella zona di San Venanzo sono stati individuati i segni della presenza di tre piccoli vulcani attivi in epoca geologica abbastanza recente, visto che si calcola siano stati attivi circa 265mila anni fa. Vulcani che avevano un diametro di circa 500 metri ed un’altezza massima di 30 metri. Su uno di essi, Maar di San Venanzo, è sorto il paese; poco lontano (800 metri) c’è l’Anello tufaceo di Pian di Celle, e , a mezzo chilometro da questo, l’anello di lapilli di Celli. In mezzo a tanti resti geologici l’unica presenza particolare accertata _ dal punto di vista mineralogico _ è quello di un particolare tipo di lava che è stata ribattezzata “venanzite”.
E l’uranio? Allora se ne fece un gran parlare. Ma dopo nemmeno una settimana tutto finì nel dimenticatoio. Una miniera, volendo, ci sarebbe se fossero maggiormente sfruttati a fini turistici il museo e il parco vulcanologico di San Venanzo; lì è possibile vedere crateri, coni e colate laviche; interessanti reperti fossili di animali preistorici. Invece, finora, sono state sfruttate le cave della venanzite usata come pietra da costruzione. E’ così che i due terzi del giacimento sono andati persi.
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L’immagine che accompagna l’articolo è tratta dal sito http://www.parcomuseovulcanologico.com/