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Arriva Napoleone, dall’Umbria deportati nove vescovi

«Mi sentii accorato da pena inenarrabile, perché la disonestà, le bestemmie, le usure inondavano la città e la Diocesi: i luoghi pii e le chiese erano rispettivamente guasti, abbandonate e profanate alcune delle prime e taluni dei secondi dissipati, o traviati con riunioni arbitrarie». Questa era Terni nell’aprile del 1814; o almeno così la descriveva in una lettera al papa Pio VII il suo vescovo, Carlo Benigni, che vi rientrava dall’esilio. Ne era partito quattro anni prima, nel 1810. L’anno precedente, 1809, Napoleone aveva annesso all’impero francese una parte dell’Italia, ivi compresa l’Umbria.
Quelli furono anni brutti per i preti. Nel 1810 Antoine Marie Roederer, prefetto del dipartimento francese del Trasimeno, di cui Terni faceva parte, ordinò l’applicazione del decreto imperiale e della deliberazione della consulta emessi pochi giorni prima: tutte le case religiose erano soppresse; preti, frati e monache dovevano sloggiare da conventi e monasteri e tornare a a casa, nel luogo dove erano nati. E non solo: vescovi e canonici dovevano prestare giuramento di fedeltà all’impero. In caso contrario sarebbero stati sequestrati tutti i loro beni patrimoniali o dipendenti da benefici ecclesiastici e dal canonicato. Il prete refrattario poteva essere arrestato e deportato. Al vescovo di Terni, Carlo Benigni, non dettero nemmeno il tempo di pensarci su: fu subito spedito in esilio, ovviamente dopo il sequestro dei beni. Due anni dopo, il maire di Terni (il capo della municipalità veniva indicato con l’appellativo francese) impose di andarsene al parroco della cattedrale. La motivazione, ovviamente, fu che entrambi si erano rifiutati di giurare fedeltà ed ubbidienza all’imperatore.

Il prefetto Roederer poteva così vantarsi, poche settimane dopo, che nel suo dipartimento erano stati deportati nove vescovi su 12; avevano giurato 293 canonici su 477, 710 curati su 989, 500 religiosi su novecento. Un quadro che, se non altro, rende l’idea della consistenza del clero che, nel dipartimento Trasimeno, poteva contare su più di duemila appartenenti. E consistenti furono i beni finiti in proprietà al demanio pubblico, «beni immensi tanto in case che in terre». Il tutto messo all’asta ed acquistato da coloro che potevano permetterselo, nobili e proprietari terrieri i quali colsero al volo l’occasione di rimpinguare il loro patrimonio.
Figurarsi il braccio di ferro che ne seguì, quando il vescovo Benigni, finito l’impero, volle che tutto ritornasse alla Chiesa. Le resistenze furono forti, ma per il vescovo, non era possibile che i laici avessero preso possesso delle chiese, dei monasteri, dei luoghi pii, «rubando tutto quel che c’era». La scomunica, ci voleva. E la chiese, monsignore, al papa per i patrizi ternani «che intendevano conservare le refurtive».
Con Napoleone sconfitto e inviato all’isola d’Elba, lo stato pontificio stava risalendo “a cavallo”.

A Terni era rientrato il vescovo Benigni, ma a menare la danza della restaurazione, in città e nel resto dell’Umbria, era il delegato apostolico, Lodovico Gazzoli (foto), che era stato governatore di Spoleto fino a quando, nel 1809, questa non divenne la “capitale” del dipartimento francese del Trasimeno. Fu un compito di breve durata, il suo. Arrivò a Terni, si insediò nel palazzo del Magistrato (l’ex municipio in piazza della Repubblica) e da qui annunciò alla folla festante che il codice napoleonico era definitivamente soppresso e che ritornavano in vigore tutte le leggi del papato. La dominazione francese, Napoleone, l’impero era come se non fossero mai esistiti. Il tripudio della folla, riunita in piazza Maggiore davanti al palazzo, fu generale. La municipalità ternana stanziò 3.500 lire per festeggiare il passaggio del papa che, lasciato l’esilio, tornava a Roma. A Terni Pio VII si fermò accolto da una città abbellita da archi di trionfo, festoni, luminarie, gallerie di verde. Si tornava all’antico: tornarono i Gesuiti che riaprirono il loro collegio in Santa Lucia (più di recente l’ex convento è stato sede del Tribunale e poi Palazzo sanità); ritornavano le leggi canoniche e gli statuti contro i bestemmiatori e gli inosservanti delle feste: perché c’era gente che nei dì di festa, addirittura, osava lavorare.

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