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La festa dell’Unità e i premi del coniglio

Era un classico a partire dalla seconda metà del secolo scorso. Ad agosto Terni era vuota: fabbriche chiuse, e così i negozi, le botteghe artigiane, le officine. Tutti in vacanza. Finite le ferie c’era una “coda”. L’appuntamento, specie di sera, era alla Festa dell’Unità che la prima metà di settembre si teneva ai giardini pubblici della Passeggiata.

Negli anni Sessanta e Settanta c’erano più bancarelle e meno stand espositivi; meno automobili in mostra; anche meno tubi innocenti e pure l’impatto con un luogo delicato come i giardini della Passeggiata era meno cruento. C’erano più spazi per i dibattiti (e più dibattiti e momenti dedicati alla politica ed ai problemi cittadini)  anche perché la partecipazione del pubblico, ad iniziative del genere, era numerosa. Immancabile – oltre al ristorante –  la bancarella dei libri della Editori Riuniti dove, chi lo voleva, poteva fare a costi contenuti incontri con gli scritti di Gramsci o Marx, ma pure la conoscenza di altri rivoluzionari o giacobini: da Blanqui a Fourier a Filippo Buonarroti. «Mo’ ce trovi li cammini, le poltrone, le macchine… Ve ricordate lu giocu de lu cuniju?».

navonni Terni giardini passeggiata
Festa dell’Unità anni Settanta: Enio Navonni e il “monte” premi per il gioco del coniglio

E chi non lo ricorda? Colui cui è rimasto più impresso è però sicuramente Enio (con una sola enne) Navonni, vulcanico e storico militante comunista. Era lui a condurre il gioco. «L’ho fatto pe’ ‘na diecina d’anni, ma forse più”, ricorda».
Nell’angolo dei giardini dove si vedeva un accalcarsi di persone disposte in circolo, là era il gioco del coniglio. Una lotteria, in pratica. Quaranta cassette di frutta cui veniva tagliato via uno dei lati più corti, messe sottosopra e disposte in circolo, appunto. L’apertura era orientata verso una cassetta – questa lasciata intera – posta al centro. «Dentro quella cassetta llì c’era lu coniju – spiega Navonni – quando sopra ogni cassetta c’era la puntata s’arzava la cassetta messa pe’ cuperchiu a lu coniju, che quindi  era libberu».
In un clima di tifo da stadio, il coniglio girava per un po’– a volte anche per diversi minuti – fino a che si infilava in una cassetta: chi vi aveva messo sopra la puntata otteneva il premio. «Un anno so’ andato a Monselice a compra’ peluches, bambole. E po’ l’omo ragno.. ‘Li bardascitti stravedevano». Generalmente i premi erano comunque generi alimentari: «Un prosciuttu, ‘n fiasco de vinu co’ lu salame…», ricorda Navonni.
Il costo della puntata era di 500 lire, nei primi anni anche meno, ma poi  con l’inflazione…
Ed il coniglio? Finita la festa che fine faceva? «Eh – dice Navonni – lo ridavamo a chi ce l’aveva datu, ‘n contadino de ‘llà ‘ppe Collescipoli. Po’ se la vedeva lui».

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