1884, tre giorni in rivolta i detenuti nel carcere di Orvieto

Il carcere di Orvieto

La rivolta, nel carcere di Orvieto, scoppiò la mattina del 14 luglio 1884, nel laboratorio tessitori. Ma covava da tempo. Già un mese prima, nel giugno 1884, s‘era innalzata la protesta contro il nuovo direttore del carcere, De Sanctis. I detenuti lo accusavano di eccessiva severità e, quel giorno, lo accolsero con grida: “Fuori il direttore”, “Morte al direttore”. Interrogati da rappresentanti della Prefettura e dagli agenti di pubblica sicurezza essi spiegarono che non volevano quel direttore “aggiungendo – riferivano le cronache – la solita scusa che la minestra non era buona”.

Una quarantina di quei detenuti che avevano protestato furono rinchiusi in cella di rigore:il che significava pane e acqua e i ferri ai polsi ed alle caviglie. Lì furono tenuti per giorni. Il 6 luglio i loro compagni cominciarono a protestare chiedendo che finisse il trattamento di rigore. Invece ui capi della protesta andarono a far compagnia a coloro per i quali chiedevano un trattamento meno duro.

La rivolta non era stata repressa, ma solo momentaneamente sedata. E la mattina del 14 luglio, si risvegliò. Cominciarono le grida contro il direttore che dopo pochi minuti era sul posto. La sua presenza, però, ebbe l’effetti di provocare maggiore risentimento nei detenuti. La reazione fu subito dura: il signor Desanctis ordinò che si mettessero in cella di rigore altri carcerati, ma a quel punto tutto la reazione fu generale: coloro che si trovavano nei cameroni, quelli che stavano all’opera nei laboratori: tutti cominciarono a gridare “morte al direttore” accompagnando i cori con bordate di fischi.

La situazione diventava esplosiva. Anche perché – spiegava il cronista – “in questa casa di pena è rinchiusa la schiuma della colonia penitenziaria e carceraria del Regno. I più arditi, i più incorreggibili, i più fieri e meno domati detenuti sono qui e u ammutinamento in queste condizioni morali è certo tale da impensierire seriamente”.

L’allarme era stato già diramato, tanto e vero che di lì a poco intervennero -stavolta di persona – il Prefetto, l Procuratore del Re, il delegato capo della pubblica sicurezza. Si avviò un colloquio con i detenuti che rappresentarono i motivi del malcontento: il direttore – dissero – è un prepotente ed un tiranno. Il colloquio non ebbe risultati positivi: le urla di protesta e i fischi continuarono fino a mezzogiorno. Poi tutto diventò improvvisamente calmo. Forse perché era ora di pranzo.

La calma durò fino alle 6 del pomeriggio, quando il tumulto ricominciò ma in termini più ampi: anche i detenuti che la mattina erano restati calmi a farsi i fatti loro, si aggregarono alla protesta; e chi ancora resisteva fu minacciato e picchiato dai compagni.

Il direttore intervenne nuovamente, ma stavolta fece entrare nel carcere una compagnia di soldati con le baionette inastate. Molti detenuti furono rinchiusi nelle celle di rigore che diventavano sempre più affollate, ma non servì a gran ché.  I disordini continuarono per tutta la notte. In crescendo. I rinchiusi nelle celle riuscirono a rompere i ferri che avevano ai polsi e alle caviglie. Al mattino si dovette legarli con le corde. Cinquantasei detenuti furono chiusi in un grande camera al piano terreno del penitenziario. A guardia furono schierati circa quaranta soldati. I rivoltosi furono tenuti praticamente digiuni: in 48 ore avevano avuto solo una pagnotta di tre etti e un litro d’acqua. Ma non demordevano. Provarono a buttar giù la porta, ma non vi riuscirono. Intanto altri detenuti, rotti i vetri delle finestre dei cameroni, si erano feriti incolpando poi del fatto i guardiani.

Il tumulto cessò la mattina del 17 luglio. Senza che i detenuti avessero soddisfazione. Il direttore, anzi, fu elogiato per la durezza delle sue posizioni.