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Il Papa licenzia in tronco Domenico Mustafà, ultima “voce bianca” del coro della Cappella Sistina

Grifo  "Voce bianca" mustafà
Papa Leone XIII

Il 26 febbraio 1878, Domenico Mustafà apprese dai giornali che il Papa Lone XIII aveva deciso di licenziarlo. Domenico Mustafà era umbro, di Sellano. Fu l’ultima “voce bianca” della Cappella Sistina, che eccelso musicista, diresse per lunghissimo tempo. Per circa trent’anni fu dominatore ed ispiratore della cultura musicale romana. Certo, non senza contrasti. Anche perché l’impegno concreto del Vaticano per la Sistina era sempre minore. I mezzi per sostenerla sempre più scarsi. E c’era chi, per questo, accusava Mustafà. Il contrasto fu molto acceso. Sfociò diverse volte in dimissioni sempre respinte. Fino a ché egli stesso decise di rinfrescare il clima nominando condirettore perpetuo e designandolo, in pratica, come successore, don Lorenzo Perosi. Ma ben presto anche con questi – su cui Mustafà aveva riposto la propria fiducia – cominciarono i dissapori. Il provvedimento deciso da Leone XIII, eletto papa una settimana prima e non ancora incoronato  rientrava nel quadro di una “generosa e umanitaria riforma – scriveva l’informatore dalla sede pontifivicia – alla quale tutto il mondo civile farà plauso”. Ma l’annuncio, probabilmente, fu solo una tessera del mosaico di accuse di cui Mustafà, caratteraccio e poco incline ai compromessi, era fatto segno.

Di quale riforma si trattava? Della “assoluta abolizione dei musici della cappella Sistina, prescrivendo la loro assoluta esclusione da ogni e qualunque cerimonia attinente al culto religioso. Il famoso Mustafà – continuava l’articolista – e tutti gli altri suoi colleghi che finora consideravansi come familiari e indispensabili al Vaticano, riceveranno una regalia per una volta soltanto e saranno licenziati”. Il papa, sembra volesse evitare anche che essi venissero “ulteriormente e menomamente considerati come pensinati della curia pontificia”.

Passò ancora qualche tempo prima che Mustafà cedesse lo scettro del comando alla cappella Sistina. Poi si rifugiò a Montefalco, dove Domenico Mustafà (amante della sua Umbria, eccezion fatta per Sellano che lo aveva visto subire la castrazione imposta dal padre) passò  gli ultimi anni della sua vita, in un casale di campagna, che oggi è un agriturismo che porta il suo nome. Lì si dedicava soprattutto alle colture dell’ulivo e della vite, abbandonandosi alle gioie della tavola. Ma non solo, per quanto gli era possibile.