Foligno, la lunga battaglia per la processione di San Feliciano

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Il nuovo secolo, il Ventesimo, era cominciato da pochi giorni e a Foligno ci fu subito una grande novità: la solenne processione per la festa di San Feliciano, che ricorre il 24 gennaio, dopo 25 anni, tornava a sfilare lungo le strade cittadine.
Dal 1877 era stata sospesa per evitare che sorgesse qualche problema in una città in cui l’agone politico era tiratissimo, coi radicali di sinistra che detenevano il potere amministrativo ed una chiesa piuttosto battagliera.
Il responsabile della decisione di sopprimere la processione solenne per le strade cittadine fu, nel 1875, individuato in Domenico Benedetti Roncalli, ex garibaldino, radicale e massone, direttore ed insegnante alla scuola di arti e mestieri, assessore e consigliere comunale, esponente di punta della sinistra radicale folignate.
Si era reagito in qualche modo mettendosi a raccogliere firme, a sostenere il diritto alla libertà. Si andò avanti per anni. Nel 1892 il vescovo Federici→ s’era impegnato in una sorta di braccio di ferro con l’amministrazione comunale e i rappresentanti statali, fino ad organizzare la processione all’interno della cattedrale dedicata a San Feliciano, mentre c’era chi, sulla piazzetta antistante, vigilava pronto ad impedire con le buone o con le cattive che la processione uscisse sulla via.

Non sono mai stati “mosci” i folignati.
Alla fine, con una decisione presa all’ultimo minuto, sull’onda delle pressioni della diocesi, il sotto prefetto acconsentì. E la Processione quel 24 gennaio 1900 ci fu.
Il vescovo Carlo Bertuzzi, non appena saputo della decisione del sotto prefetto, emise un editto “annunciando la notizia al clero e stabilendo sia la composizione della Processione”, sia le iniziative per la festa di San Feliciano: “Precederanno le Confraternite del territorio solite ad intervenire – si indicava al primo punto – e tutte le altre invitate. Ciascuna dovrà avere la sua Croce migliore, i lampioni, ed un cero portato da due individui colla divisa della Confraternita stessa”, e quindi il resto della Processione. Alle confraternite del territorio avrebbe fatto seguito quelle cittadine, quindi i parroci con la cotta e la storia, il clero della cattedrale, quello del seminario, del collegio dei Beneficiati, infine il “Reverendissimo Capitolo. Quindi la statura di San Feliciano circondata “dai servitori delle principali famiglie di Foligno”.
Ma poteva andare via tutto liscio? Quantomeno non poteva mancare la solita accesa polemica. “L’idea vagheggiata dai clericali folignati di fare per le vie della città un processione in onore di San Feliciano – scrisse l’Opinione Liberale di Perugia – ha messo in rivoluzione le teste e gli stomachi…”, non perdendo l’occasione di mettere in risalto contraddizioni, comportamenti illiberali dei clericali, ed accusando questi ultimi di fomentare “la voce che ciò avvenendo i partiti avanzati della città protesterebbero in tutte le maniere”. “A noi – concludeva l’Unione liberale – non importa un fico secco se San Feliciano deve uscire o deve restare in chiesa per atri venti anni”.
Sul Messaggero un corrispondete da Foligno che di firmava con lo pseudonimo Argia, scriveva: “Forse un tal fatto può giovare alla città perché s’immagina che sarà grande in concorso della gente anche dal di fuori […] Ma intanto la città è in un certo fermento, perché si vuol vedere in questa processione una dimostrazione dei clericali. Infatti già circola una sottoscrizione fra i cittadini dei partiti estremi da indirizzarsi alle autorità in segno di protesta, credendosi lesi nel diritto di libertà che invece agli altri varrebbero così largamente concessa”. Ovviamente non poteva restar fuori dalla polemica La Gazzetta di Foligno chiamata in causa anche per mantenere una posizione di scontro a muso duro con i socialisti. Argia, sempre sul Messaggero riferiva che “i socialisti sentendosi offesi dalla Gazzetta di Foligno organo del partito clericale che aveva contro d’essi inveito, chiamandoli Malfattori, sempre a proposito della processione di San Feliciano hanno risposto con un numero unico, dal titolo Libertà e Giustizia per tutti, in cui stigmatizzano la guerra indelicata dei preti sotto la protezione delle autorità”.
Immediata la risposta della Gazzetta: “Queste cario Argia sono vere e solenni menzogne”, e aggiungeva a proposito dei socialisti folignati, “noi non abbiamo detto nulla che possa offenderli, anzi non li abbiamo nominati mai. Abbiamo avuti parole severe per quegli indegni che più volte si sono messi sulle porte delle Chiese, armati di bastoni, per sostituirsi alla guardia di pubblica sicurezza caso mai che le processioni fossero uscite dalla porta”.